L’acquisto del drappo di colore scarlatto, dal quale la corsa ha derivato il nome, è stabilito dal secondo Statuto del Comune di Parma (1259-1304), dove, inoltre, un tratto di strada fuori Porta Nuova è designato con l’espressione il luogo dove si tiene lo Scarlatto.
Le prime notizie relative al Palio di Parma sono quelle documentate dalla Cronaca attribuita a Giovanni del Giudice dove si parla della Corsa dello Scarlatto da di fuori della Porta detta Nova alla Piazza Comune; che si teneva il 15 agosto, festività dell’Assunzione di Maria Vergine, protettrice di Parma, a cui è dedicata la Cattedrale cittadina.
Il Chronicon Parmense (anno 1314) ricorda che Ghiberto da Correggio, allora signore di Parma, stabilisce la pace con gli oppositori fuoriusciti e, per solennizzare l’evento, ne dispone il rientro in città in occasione della corsa dello Scarlatto.
Con questo accordo, rinforzato dal fidanzamento con Maddalena Rossi – figlia di Guglielmino dei Rossi di Parma, suo acerrimo nemico -, Ghiberto assicura alla città quella pace da tutti invocata e necessaria al signore per mantenersi al potere.
Non durerà a lungo, tuttavia l’anonimo estensore del Chronicon, sotto l’anno 1315, può scrivere che “da oltre cinquant’anni non s’era vista la cittadinanza celebrare la Madonna d’Agosto così raccolta tutta quanta in pace entro le mura”.
Per le testimonianze qui richiamate, lo Scarlatto, anche se non conosciamo esattamente l’anno in cui venne corso per la prima volta, può essere considerato uno fra i più antichi e celebri palii che si correvano, con modalità analoghe, nei comuni e in altre località del Centro e Nord Italia, cui lo stesso Dante allude ricordando “coloro che corrono il drappo verde per la campagna (Inf. XV, vv. 122-123) riferendosi alla corsa a piedi che si teneva la prima domenica di Quaresima fuori dalle porte della città di Verona.
Il 16 agosto si tenevano i “bagordi”, giostre equestri con armi cortesi, ai quali ogni cittadino possessore di un cavallo era tenuto a partecipare.
La disputa del Palio nell’ambito delle cerimonie per la Madonna d’Agosto continua ad essere dettagliatamente regolamentata negli Statuti comunali dal 1316 al 1346.
Alla metà del XIV secolo avviene la sottomissione di Parma a Milano. Visconti e Sforza mantengono le celebrazioni dell’Assunta, e con esse il palio, introducendo tuttavia alcuni cambiamenti: nel 1467 viene assegnato al vincitore di una giostra; nel 1489 corrono lo Scarlatto i cavalli Bàrberi, mentre uomini, donne e asini si contendono rispettivamente i meno preziosi panni turchino, verde e bianco.
L’ultimo ricordo del palio in queste forme risale al 1525.
Sotto i Farnese (1545-1731) e i primi Borbone (1748-1802) il palio è sostituito da occasionali corse di cavalli (corse dei Bàrberi); ogni sorta di manifestazione cesserà poi del tutto durante la dominazione francese.
Di Ghiberto, di Guido e Mabilia di Giberto da Gente, si ignora la data di nascita. Viene ricordato per la prima volta in occasione del suo secondo matrimonio con una figlia di Gherardo da Camino (1301). Dal primo, con una Malaspina, sorella di Francesco, nascono Simone e forse le figlie maritate nel 1307.
Ghiberto si affaccia in quegli anni alla vita politica, dunque doveva aver raggiunto almeno i trenta anni, età necessaria per l’accesso alle cariche.
Si può dire che abbia perseguito per tutta la vita l’obiettivo di divenire signore di Parma mediante il prolungamento temporale delle cariche conferitegli dalle autorità comunali mirando a perpetuare il potere e, con una sanzione «dall’alto», di solito il titolo di vicario imperiale o pontificio, renderlo dinastico, trasformandolo in principato.
Nel 1303, Ghiberto viene acclamato defensor sanctae pacis ecclesiae, mercadancie et artium protector et gubernator ed investito del potere con i vessilli di Santa Maria e del Carroccio per essere riuscito ad ottenere il rientro di tutti gli esponenti della Pars Episcopi, vale a dire dei nobili tanto guelfi quanto ghibellini partigiani del vescovo Obizzo Sanvitale, cacciati da Parma nel 1295. Il successo gli aliena però i Rossi che diverranno suoi implacabili nemici.
La città si dimostra desiderosa di pace ma incapace di mantenerla stabilmente perché impossibilitata a rimuovere le cause profonde dei dissidi. Doveva fare i conti con le ambizioni delle famiglie dominanti che, pur della stessa parte, mal sopportavano le limitazioni al loro potere implicate dalla partecipazione alla gestione del Comune dei guelfi popolari, espressione delle arti e dei mestieri.
Ghiberto governa la città prescindendo dagli Statuti, applicati solo per quanto riguarda le disposizioni amministrative. Inoltre non dimora nei palazzi comunali ma nel fortificato palazzo vescovile; stare in un luogo diverso da quello dove si esercitava istituzionalmente il potere, comporta per Ghiberto un calo dell’appoggio del Populus e dei magnati cittadini.
Per restare al potere, a Ghiberto oltre al favore del popolo è necessario anche il sostegno della pars Episcopi, che tuttavia non è sempre in grado di mantenere. La necessità di conservare la supremazia lo costringe a nuove alleanze e a cambiamenti di fronte: per esempio deve guadagnarsi l’appoggio dei ghibellini appena richiamati e liberarsi degli avversari, radunando i suoi devoti nella Pars Nova, che nelle fonti si incontra dal 1307.
Il 24 marzo 1308 una contesa tra alcuni cortigiani di Ghiberto scatena il tumulto. Il 25 si combatte in Oltretorrente: la Pars Episcopi ed i ghibellini hanno il sopravvento sui guelfi popolari. Nel frattempo la notizia raggiunge Cremona da dove Rossi e Lupi immediatamente organizzano una spedizione per raggiungere Parma.
Giunti a Viarolo, apprendono della sconfitta della parte loro ma, anziché ritirarsi, con una trentina di cremonesi raggiungono la città. Superano il sobborgo di S. Ilario e arrivano a Porta Santa Croce; qui devono fermarsi.
Ghiberto, consapevole del pericolo, accorre alla porta e, sottostimando il numero degli attaccanti, ne ordina l’apertura ma agli assalitori si aggiungono numerosi appartenenti alla potente Corporazione dei Beccai. I disordini si estendono a tutta la città. Ghiberto è costretto a ritirarsi a Castelnovo. I vincitori si abbandonano al saccheggio; assaltano il palazzo comunale e il palazzo vescovile distruggendo i documenti, gli atti e i registri ivi conservati.
Ripreso il sopravvento e ristabilito l’ordine, la parte guelfa popolare si dimostra intransigente verso tutta la Pars imperii ed i guelfi tiepidi. Riprendono i saccheggi; a Ghiberto rinnovano la fedeltà coloro che l’avevano abbandonato e ai quali il Comune aveva affidato la custodia dei castelli nel contado.
Convocato l’esercito generale, i parmensi muovono contro le truppe di Ghiberto. Lo scontro avviene a Enzola dove i parmensi sono pesantemente sconfitti. Ghiberto ordina ai suoi di non infierire sui vinti, tuttavia, trascurando la clemenza del vincitore, Parma, non gli apre immediatamente le porte. La pace è giurata, il 28 gennaio 1309, Ghiberto potrà rientrare in città solo il 29 giugno successivo.
Come nel 1303, si tratta di una pace generale che riguarda tutti i fuoriusciti, compresi i condannati per malefizio, cioè per reati di carattere penale. Si riafferma il potere comunale, il quale tuttavia non si dimostra capace imporsi alle fazioni in lotta.
Nell’agosto del 1309 Rossi e Lupi vengono nuovamente cacciati da Parma, come avverrà in seguito per altri accusati di essere partis Rubeorum. Questi allontanamenti rafforzano il potere di Ghiberto teso ad ottenere la pubblica conferma della sua autorità. Cercherà prima nel popolo poi nell’Imperatore infine nel re di Napoli la sanzione legale e morale indispensabile per governare.
Formalmente Parma rimane un Comune, nel 1310 Ghiberto è Podestà dei Mercanti, ne è, però anche all’esterno, considerato il signore; inoltre è celebre, e a ragione, come esperto capo militare.
Nonostante la sua fama di guelfo (peraltro molto tiepido), Ghiberto è invitato all’incoronazione dell’imperatore Arrigo VII, il veltro dantesco, (Milano, 6 gennaio 1311) e in quell’occasione creato cavaliere.
Segue Arrigo all’assedio di Brescia (maggio 1311) e dona al sovrano la corona di Federico II, caduta nelle mani dei parmigiani nel 1248 dopo la conquista della città di Vittoria. Con questo gesto, spera di ingraziarsi ulteriormente Arrigo e di ottenere il vicariato imperiale di Parma, conseguendo finalmente la sanzione formale al proprio potere. Riceverà, invece, il dominio su Guastalla e il vicariato di Reggio, per lui carica poco più che onorifica che tuttavia eserciterà fino al febbraio 1312.
Privo del riconoscimento imperiale, Ghiberto, per mantenere il potere su Parma, deve controllare il Populus, che dopo il 1308 ha ripreso il sopravvento in città, contenere le mire dei magnati parmigiani, sempre alla ricerca di una riscossa, e, all’esterno, far fronte a Matteo Visconti e Cangrande della Scala.
Convocato da Arrigo a Pavia nel settembre 1311, giunto al Po fra Tortona e Pavia, è segretamente informato che l’imperatore intende arrestarlo. Cessato il favore di Arrigo, Ghiberto, nel novembre 1311, abbandona la Pars Imperii per riaccostarsi ai Guelfi che andavano sempre più rafforzandosi. Nel dicembre successivo -dietro compenso di 30.000 lire bolognesi – è capo della Lega guelfa.
Anche Filippone di Langosco, signore di Pavia, si ribella ad Arrigo. Ghiberto, vedovo per la seconda volta, ne sposa la figlia Elena (19 gennaio 1312), che morirà a Parma pochi mesi dopo le nozze. Per la ribellione, Ghiberto è condannato da Arrigo ad essere privato di titoli e averi e sospeso alla forca. L’esercito imperiale muove contro Parma. Nel timore di non poter adeguatamente difendere la città, nel dicembre 1312, Ghiberto fa murare le porte, lasciando aperte solo le cinque principali: Porta Santa Croce, Porta San Barnaba, Porta San Michele, Porta Nuova, risalenti all’impianto romano della città, e Porta San Francesco.
Stretto da ogni parte, propone al Comune di sottomettersi al Re Roberto di Napoli (marzo 1313). La fedeltà al sovrano angioino è giurata nel maggio successivo. La città resiste all’assedio dell’Imperatore dei Visconti e degli altri capi ghibellini.
Il successo nella difesa di Parma consolida la fama di condottiero di Ghiberto e ne accresce l’autorevolezza in patria e all’esterno; re Roberto gli concede il titolo di Capitaneus regius.
Il 24 agosto 1313 Arrigo VII muore improvvisamente a Buonconvento (Siena).
Ghiberto governa Parma restringendo i consigli, in modo da poter concentrare tutto il potere nelle sue mani.
Dopo anni di guerre, è fortemente sentito il bisogno di pace. Nel luglio 1314 una scissione indebolisce gli avversari di Ghiberto che approfitta della situazione per proporre una pace alla parte guelfa e rinsaldare il patto sposando Maddalena, figlia di Guglielmino Rossi. Il giorno 11 agosto la pace è divulgata. Il 15 agosto, festa di Maria Vergine Assunta, protettrice di Parma, mentre si correva lo Scarlatto, e il Correggio stesso col Podestà, circondato da cavalieri, soldati e innumerevole turba di popolo, assisteva al divertimento, entrarono in città i Rossi con tutti i loro seguaci, accolti con manifestazioni di gioia dai cittadini.
I rientrati pranzano con Ghiberto, assistono alla corsa e si dà luogo ad ulteriori festeggiamenti. Il 1° settembre successivo sono celebrate le nozze tra Ghiberto e Maddalena; al pranzo partecipano trecento gentildonne delle principali famiglie parmensi.
Il 26 luglio 1315 viene giurata la pace anche con i fuoriusciti parmensi della pars Imperii, i quali rientrano in città il 10 agosto successivo. Nota il cronista che da oltre cinquant’anni non s’era vista la cittadinanza - prossima a celebrare la Madonna d’Agosto- così raccolta tutta quanta in pace entro le mura.
Minacciato all’esterno da Visconti e Della Scala, Ghiberto accetta la signoria di Cremona, mentre a Parma, che ormai riteneva fedele, gli si prepara il tradimento.
Il 25 luglio 1316 si leva in città un improvviso tumulto. Armati girano per le strade gridando minacciosi: “Popolo, Popolo; e muoia il signore Ghiberto da Correggio”. Abbandonato da tutti, non osa presentarsi in piazza e con il fido fratello Matteo ripara a Castelnuovo. Artefici della congiura sono i suoi stessi congiunti: Gianquirico Sanvitale suo genero, Rolando Rossi, fratello di Maddalena, suo cognato, Obizzo da Enzola marito di una consanguinea germana di Ghiberto, Paolo Aldighieri e Bonaccorso Ruggeri suoi cognati.
Dopo la cacciata di Ghiberto, il potere ritorna nelle mani del Populus e le istituzioni si affrettano a promulgare leggi contro nobili e notabili, tuttavia Parma in breve tempo perderà la propria autonomia.
Ghiberto muore a Castelnovo nel luglio del 1321.
Maddalena, figlia di Donella di Pietro da Carrara e Guglielmino dei Rossi di Parma, porta il nome di battesimo dell’antenata , sorella di papa Innocenzo IV, sposata a Bernardo Rossi; è la quarta moglie del Da Correggio.
Morìrà nel 1340.
Il Chronicon dà notizia del suo matrimonio con Ghiberto, celebrato il 1° settembre 1314, sottolineando che albanchetto nuziale partecipano trecento dame delle più cospicue famiglie di Parma.
Dall’unione nascerà Donella, promessa dal padre a Giovanni, figlio di Carlo Fieschi.
Maddalena è ricordata nel testamento del marito che le lascia vitto, abiti e dimore perché possa condurre un’esistenza decorosa.
Lauro Corniani d’Algarotti (1767-1827) fa di Maddalena un personaggio letterario dedicandole la XII Composizione delle sue Eroidi Italiane.
Maddalena, nei versi chiamata Virginia, rifiuta, in piena congiura, di rifugiarsi presso la propria famiglia, chiama traditore il fratello che ha cacciato Ghiberto da Parma e, raggiunto il consorte a Castelnovo, lo prega di ucciderla per vendicarsi così dell’offesa subita.